Dialogo con il pubblico del Festival di Internazionale a Ferrara intorno alla parola “attivismo”, al Cortile del Castello
Obiettivi dell’incontro
Secondo la politologa di Harvard Erica Chenoweth il numero magico di una protesta è 3,5%. Quando si raggiunge questa soglia di coinvolgimento della popolazione il successo è garantito. Sui modi e i limiti per arrivarci, però, il dibattito resta vivo. Quali sono le forme di protesta più efficaci? Fino a che punto è lecito spingersi?
Tra le 30 parole scelte dalla redazione di Internazionale per festeggiare il trentesimo compleanno del settimanale, ho facilitato un dialogo a più voci sui significati della parola attivismo.
Cosa abbiamo fatto
La preparazione dell’incontro è stata importante almeno quanto la sua realizzazione. Per favorire la partecipazione attiva dei presenti e trasformare il Cortile del Castello in uno spazio pubblico dove l’opinione di ciascuno è importante, abbiamo scelto prima di tutto di costruire un setting particolare, diverso dal format classico dei talk a cui sono abituati i frequentatori del Festival di Internazionale. Via tutte le sedie quindi, a parte quattro posizionate su un piccolo palco al centro della piazza, attorno al quale abbiamo chiesto ai presenti di posizionarsi in cerchio. Questa disposizione è essenziale per facilitare un dialogo con la metodologia partecipativa chiamata Fishbowl, che trasforma gli spettatori in partecipanti e li mette esattamente dove dovrebbero essere, cioè al centro della discussione. Una volta lanciato il tema, le persone sono invitate ad alternarsi sulle sedie al centro del palco e ad arricchire la discussione di un sapere che si fa via via collettivo, alimentato dai partecipanti stessi in dialogo tra loro.
Cosa dobbiamo evitare in una protesta? Ha ancora senso manifestare in piazza? Esiste una questione generazionale?
Queste domande, alternate a brevi letture su alcune proteste scoppiate negli ultimi anni (dalla primavera araba all’Iran, la Georgia, o le forme di attivismo dimostrativo contro l’uso dei combustibili fossili nelle gallerie d’arte e nei musei), hanno scandito i tempi della discussione fino ad arrivare ad interrogarci su quali sono gli ingredienti della protesta perfetta. Un gruppo di osservatori, scelti anch’essi fra i presenti, ha sintetizzato al termine dell’incontro gli elementi di maggiore convergenza e divergenza emersi, restituendo a tutte e tutti una fotografia degli esiti della discussione.

La partecipazione è fare spazio
Al termine dell’incontro molta gente si è fermata a chiedere informazioni sulla metodologia utilizzata, ringraziando per come si è sentita coinvolta e ascoltata. Dal mio punto di osservazione questo incontro ha confermato una convinzione in cui credo molto, anche se non sempre riesco a renderla concreta. Uno degli elementi più importanti quando si facilita è fare spazio, creare un vuoto che non sappiamo ancora come verrà riempito e fornire un ambiente sicuro e inclusivo che permette alle persone di esprimersi. Se si riesce in questa magia, il resto viene quasi da sé: i partecipanti riempiono tutto lo spazio a loro disposizione, si appropriano del processo e cominciano a farlo crescere. Succede sempre, quando si condivide con un gruppo il controllo della discussione superando l’ansia di dover a tutti i costi condurre il gioco dettando il tempo e suggerendo i temi.






